7 artisti
nel 1979 a Milano e 25 anni dopo
Pochi hanno forse finora
sentito parlare della Metacosa. Sono noti singolarmente alcuni
degli artisti visivi che
vi hanno partecipato, Gianfranco Ferroni, scomparso nel
2001, oppure Sandro Luporini, conosciuto come autore
di testi teatrali e inventore anticonformista dei recital
di Giorgio Gaber. Gli altri partecipanti del gruppo sorto
nel 1979 sono oggi disseminati fra Toscana, Milano, Bologna
e Londra, o hanno lavorato negli Stati Uniti. In realtà perché la
Metacosa non fu mai un gruppo inteso come solitamente
si sono considerate le consorterie teoriche o militanti
nel campo dell’arte recente.
Si sono incontrati Bartolini, Biagi, Ferroni, Luino,
Luporini, Mannocci e Tonelli attorno ad una mostra da
Chiara Fasser
a Brescia, dove la sperimentazione del rapporto fra di
loro era talmente priva di retorica che il testo d’introduzione
non superava tre righe tipografiche. Replicarono l’esperimento
a Milano presso il Fante di Spade nell’80 e per un
breve periodo rimasero legati “allo stesso mercato”;
poi la vita creativa decise di spedirli ognuno sulla propria
strada e lasciò come legame fra di loro non una
linguistica estetica ma una consuetudine che s’è fatta
con gli anni amicizia. Per ognuno di loro il percorso s’è evoluto
secondo le inclinazioni e i talenti, ma sempre tenendo
conto d’un comune punto di partenza. Che era poi
questo punto d’inizio un momento di riflessione artistica
e politica nel frangente d’un paese che passava dalle
certe incertezze degli anni di piombo alle incerte certezze
d’un ritorno all’ordine, anche formale. Al
di là di loro si andavano generando allora gruppi
solidi veri e propri, la transavanguardia per tutti, oppure
stavano trasformandosi in scuole affermate e stabili le
sperimentazioni precedenti dell’arte povera e concettuale.
Furono per anni, gli artisti della Metacosa, lasciati ad
un destino leggero non lontano da ciò che una volta
si chiamava l’incomprensione. Senza scomparire però.
Dipingendo con una attenzione forte al contenuto e considerando
la pittura uno dei cimenti del proprio anticonformismo.
A venticinque anni di distanza, una lettura trasversale
del lavoro compiuto diventa di estremo interesse, consente
paragoni di parametri, valutazioni di qualità che
parevano ad alcuni obsolete e sono tornate d’attualità viva,
e permette di ritrovare nella loro testimonianza d’allora
e d’oggi un documento fondamentale della nostra vita
e forse una strada intelligente per l’arte.
di Philippe Daverio |